
Prossimamente in libreria
«Alexis de Tocqueville si mostra sotto una nuova luce, osservatore intelligente e raffinato pittore delle bellezze della natura incontaminata, delle stranezze di una società nascente, un viaggiatore umoristico, se così si può dire. Così, l’opera iniziata da La democrazia in America è felicemente completata e lo scrittore, che già ammiravamo, ora impareremo ad amarlo» («Revue des deux mondes», 1860).
Alexis de Tocqueville
Ricordi di un viaggio in America
A cura di Marco Folin
«I campielli»
Alle radici degli Stati Uniti in un illuminante racconto di viaggio che ne svela la natura contraddittoria.
«Volevo conoscerla, anche solo per sapere che cosa avremmo dovuto sperare o temere, dall’America» scriveva Tocqueville, con profetica lungimiranza, al ritorno dal suo memorabile viaggio nel Nuovo Mondo. Era partito nel 1831, a soli venticinque anni, lui, figlio del Vecchio Mondo, per vedere «la culla ancora vuota di una grande nazione». Per fissare le sue impressioni, al termine di una spedizione che da Buffalo lo aveva condotto agli «estremi confini della civiltà», a bordo del battello a vapore The Superior Tocqueville stende un racconto di viaggio che rimane, a tutt’oggi, uno dei documenti più preziosi sulle radici degli Stati Uniti. Quindici giorni nelle solitudini lo si può gustare come una vivace descrizione del West americano prima che l’idea stessa del Far West si imponesse nell’immaginario europeo; come il capitolo mai pubblicato di uno dei testi capitali del pensiero politico dell’Ottocento; come una testimonianza, ma anche denuncia, del potere dell’uomo sulla natura; o infine come una descrizione senza infingimenti di una «nazione di conquistatori» che «si rinchiudono nelle solitudini americane con un’ascia e dei giornali», mentre l’«antico popolo» degli ‘indiani’ «si squaglia come la neve sotto i raggi del sole ogni giorno che passa».
Inattesi, spesso, sono gli scenari che si aprono di fronte al giovane cronista: «… si passa senza soluzione di continuità da un deserto alle vie di una città» che sciorina cappellini francesi all’ultima moda in quelle che sembrano caricature dei boulevard. Osservatore dallo sguardo penetrante, Tocqueville descrive la profonda solitudine di un «popolo nomade che i fiumi e i laghi non arrestano», sottomesso alla «penosa necessità del deserto», composto di pionieri «tesi all’unico scopo di far fortuna», e capaci, quando si tratta degli indigeni americani, di «una sorta di egoismo sordo e implacabile», per quanto propugnatori del mirabile, nuovo principio dell’eguaglianza. E il lettore, pur avvinto nelle maglie del racconto, non potrà non essere colpito dall’attualità delle illuminanti riflessioni che lo punteggiano: dal tema dei rapporti tra coloni e indigeni fino al sempiterno interrogativo: il ‘progresso della civiltà’ comporta necessariamente la distruzione della natura?
Il testo di Quindici giorni nelle solitudini fu inizialmente concepito da Tocqueville come appendice al secondo volume della Democrazia in America, salvo poi espungerlo all’ultimo per evitare di fare concorrenza a un romanzo di analogo soggetto scritto dall’amico fraterno Gustave de Beaumont, suo compagno di viaggio. Sarà poi proprio Beaumont, subito dopo la morte di Tocqueville, a farsi carico della sua pubblicazione, quasi a titolo di risarcimento postumo. A lungo trascurato dagli studiosi, Quindici giorni nelle solitudini ha conosciuto in Europa nell’ultimo decennio una crescente fortuna, imponendosi come una delle opere più originali del suo autore. Tra le numerose ristampe e traduzioni in tutte le lingue europee figura anche un adattamento a fumetti, pubblicato da Kévin Bazot presso Casterman nel 2016, con il titolo Tocqueville vers un nouveau monde. Completa il volume Escursione sul lago Oneida, racconto scritto immediatamente prima di mettersi in viaggio per le solitudini americane narrate in questo libro.
«Quest’uomo sconosciuto è il rappresentante di una razza alla quale appartiene l’avvenire del Nuovo Mondo: razza inquieta, ragionante, avventurosa, che porta a termine freddamente quanto solo l’ardore delle passioni può spiegare; nazione di conquistatori che si sottomettono a condurre una vita selvaggia senza mai lasciarsi attrarre dal suo fascino; che si rinchiudono nelle solitudini americane con un’ascia e dei giornali».
«Tra tutti questi mutamenti riconoscerete sempre lo stesso popolo. C’è qualcosa di inflessibile nella flessibilità umana».
Alexis de Tocqueville (1805-1859) è uno dei più importanti pensatori liberali dell’Ottocento. Di famiglia aristocratica e di orientamento conservatore, ma anche pieno di curiosità verso i cambiamenti, a venticinque anni salpa, insieme all’amico Gustave de Beaumont, alla volta del Nord America, con l’incarico di studiarne l’organizzazione penitenziaria. Dall’osservazione della realtà americana prende corpo lo studio da cui nascerà il fondamentale La democrazia in America, pubblicato in due volumi tra il 1835 e il 1840. Non meno importante sarà L’Antico Regime e la Rivoluzione (1856), ancora oggi punto di riferimento per tutti gli studiosi della Rivoluzione francese.